Stella di ghiaccio

“Uno zaino con dentro il necessario. Allaccio le scarpe. L’ultimo tiro di sigaretta e mi incammino. Il paese dorme. La nebbia non mi permette di distinguere le case, le panchine. Le immagini del villaggio ormai impresse nella mente.

Davanti a me un monte, è solo l’inizio. Una leggenda narra dell’esistenza della stella di ghiaccio. Un fiore dall’aspetto aggressivo, glaciale, dalla luce accecante. Devo trovarlo a tutti i costi. La scalata è dura, lunga. A ogni errore, a ogni caduta, sono riuscito puntualmente a rialzarmi con le mie forze. Le difficoltà mi spaventano, ma le ho sempre affrontate di petto e combattute.

Tutto il giorno tra la neve, il vento, il gelo. Fino a sera quando, sfinito, decido di accamparmi. Mangio dei fagioli in scatola alla luce del fuoco, il mio unico compagno d’avventura. Lo spengo per riposare, ma non riesco a chiudere occhio.

A valle regna l’oscurità, è un inferno. In cima tutto ha un valore diverso. La luce della luna e delle stelle mi fa compagnia. L’aria rarefatta paradossalmente è più pura di quella che respiro in paese. Ho l’opportunità di guardare qualsiasi cosa da una nuova prospettiva.

Vado a fare due passi. Scorgo una luce non lontana. Un odore monopolizza le percezioni, mi avvicino. Lei è lì, finalmente l’ho scovata. Dolcezza, tenacia. Determinazione, splendore. Un candore più intenso del riflesso della luce naturale sul ghiaccio. La colgo, l’avvicino al petto. Scompare, ormai è dentro di me.

La mattina mi sveglio carico, sereno. Zaino in spalla e ritorno tra i comuni mortali. Il paese è vivo, le persone fuggono avanti e dietro senza concludere gran che. Questa frenesia, quasi sempre, è immotivata e priva di senso. Faccio quadrato dentro di me, all’esterno testa alta e petto in fuori.

Incontro un amico a cui confido del viaggio.

«Non riesco a crederci – urla sbigottito – Hai trovato la stella?». I compaesani si uniscono alla protesta.

«Tu sei pazzo», un adulto mi deride.

Io sorrido. «Guarda che esiste – ribatto fissandolo – L’ho incontrata». Mi volto e mi allontano nel mugugno generale.

Torno a casa, bevo un caffè. Ficco nello zaino un cappello, un impermeabile e una torcia. Chiudo la porta, vado via. Sono pronto, adesso posso affrontare il mondo. Lei è parte di me. È al mio fianco, non ho paura di niente e di nessuno. Il sole ormai è alto intorno a me»”.

                                                       Travis

Affinità

No alla schiavitù.
Ho sognato un futuro da calciatore,
Da scheggia in Formula Uno,
Da scalatore epico.
Della mia persona il muratore,
Non elemosino nessuno,
Non mi interessa essere fico.
Per me la vita è un albergo a ore,
Da solo cerco il bagliore,
Pagando solo il prezzo del mio onore.
Amo tutte le sfumature del blu.
Io. E tu?

Non temo Belzebù.
La mia famiglia, la mia trincea.
Il fertilizzante del mio orto,
Il senso del bene superiore.
Tutt’altro che epicurea,
Fede e lealtà le bitte del suo porto.
Rosario per evangeliche signore.
I componenti deliziose more.
Trasparenza e niente silenziatore.
Teca per il mio cuore.
Un quasi estinto gnu.
Io. E tu?

Evito il bluetooth,
Preferisco rapporti in carne e ossa,
I social la mia fossa.
Indispensabile la fratellanza,
La difenderò a oltranza.
È un abbraccio costante,
Dell’ armadio con i miei scheletri le ante.
Dell’anima l’emolliente,
Il supporto in caso di patata bollente.
Rara come gli opali neri,
Corrente di mare per le ceneri.
La speranza per non cadere più giù.
Io. E tu?

Sincerità, tout court,
Dalla mia compagna non pretendo altro,
Spingeremo mano nella mano l’aratro.
Condottieri conquisteremo la reciproca fiducia,
Taglierà i miei capelli in cambio di una cartuccia
Per vincere insieme la guerra
E lasciare agli altri i piedi per terra.
Le donerò rispetto e un posto nel mio letto,
Fuori la porta bugie e non detto.
Le mostrerò la mia fiammella interiore,
Ci scalderemo lontano da qualsiasi priore.
Compagno, non amico,
Se mi ferirà diverrò il suo peggior nemico.
L’amore, palude per gru.
Io. E tu?

I miei anni, gli anni del Canta Tu,
Mi dicevano di credere nei sogni,
Ora, “accontentati” lo slogan dei mugugni.
Io, continuo a crederci.
Ingenuo o stupido?
È solo devozione a ciò che mi spetta e libido.
Via i paraocchi,
Opinion leader esempi falsi come i tarocchi.
Il mio codice la lente, con una palla d’acciaio abbatto le pareti della mente.
Il confine tra elasticità e cecità è sottile,
Per me è enorme come la potenza di un vinile.
Gigantesco come la delimitazione
Tra tristezza e inquietudine.
L’ultima è dai luoghi comuni la redenzione,
Inversione dei ruoli, martello non più incudine.
Sono seguace della fedeltà,
La monogamia conduce alla povertà.
Bestemmia sociale, non culturale e personale,
La globalizzazione è solo abbuffata aziendale,
Nulla a che fare con l’onestà intellettuale.
Vivo una lotta bestiale
Pane per esperti, niente di amatoriale.
A mani nude e senza paura,
Ho terminato l’accordatura.
Basta lezioni spocchiose e tabù,
Voglio sedermi alla tavola rotonda di Re Artù.
Io. E tu?

Travis

Vittoria di Pirro

Bar del paese, caffè post lavoro. In sottofondo i Led Zeppelin, il proprietario canticchia Stairway to Heaven. Una chitarra acustica blu oceano è appesa al muro, una classica fa da padrone tra la bottiglia di limoncello e  quella del liquore all’anice. Niente polvere, il barista le strimpella nei momenti morti della giornata.

Fuori c’è un caldo afoso ma ho bisogno di qualcosa che riscaldi la mia anima dalla temperatura polare. Mi viene servito, controvoglia,  in una tazzina in vetro. La prima volta qualche anno fa. Da allora, il titolare è convinto che la preferisca alla tazzina in ceramica. È un brav’uomo, non potrei mai deluderlo rivelandogli la verità.

La tazzina sfiora la bocca, è bollente. L’allontano e inumidisco le labbra con la lingua. Mai servire il caffè in un recipiente freddo. Il calore non deve raggiungere soltanto lo stomaco, deve risvegliare anche l’ultima cellula del corpo.

Mi volto. Un avvocato in pensione e un ragazzo quarantenne scavato in volto e con gli occhi pieni di sangue sono seduti a un tavolino circolare in legno coi bordi scheggiati. Giocano a Tressette, rito che si ripete quotidianamente consumando fiumi di birra. Oggi manca il terzo componente, un insegnante di liceo.

Mi chiedono di sostituirlo, accetto. Chi perde paga da bere. Dai ricordi del Natale ripesco le regole. Il giocatore alla destra del mazziere scopre la prima carta, il primo seme. Gli altri rispondono con lo stesso seme o, se non lo si ha, con una carta diversa. Il 3 ha il valore più alto, il 2 e l’Asso a seguire. Re, Cavallo e Fante quello minore. Il resto, scartine. Chi raggiunge il punteggio più alto vince.

Inizio io. Metto insieme una caterva di punti una mano dopo l’altra. All’improvviso, mi ricordo di un torneo di biliardino a cui partecipai sedicenne. In coppia con un amico storico arrivammo in finale contro due signori molto più grandi di noi. Puntammo sul ritmo e l’intensità, loro sullo spezzare di continuo il gioco e sulle provocazioni bonarie. Eravamo superiori ma perdemmo contro l’esperienza.

Partita finita. Mi alzo sorridente bevendo l’ultimo sorso di birra, i due mi stoppano sogghignando ed esultando per la mia sconfitta. Stavamo giocando al Tressette a perdere: vince chi totalizza meno punti. Non sono un grande giocatore, ignoravo la sua esistenza.  Il mazziere non lo ha messo in chiaro mentre mischiava le carte, nemmeno l’altro. Io non ho chiesto e adesso mi domando se nella vita conta darle o incassare.

Rimango impalato, ho soltanto qualche spicciolo. Pivellino, vado via in debito col barista. La furbizia e gli anni in più si sono sbarazzati dell’innocenza e della speranza di trovare del buono in ogni essere umano.

Impara, Travis. Sveglia.

                                                                                  Travis